PROFESSIONE GRAFOLOGO - BOLLETTINO DELL'A.G.P.
Professione Grafologo - n. 5/2006
EDITORIALE
Sembra che la disciplina grafologica stia davvero vivendo un momento di importanti trasformazioni critiche, una sorta di “periodo adolescenziale” nel suo evolversi epistemologico e professionale, nel solco di un percorso maturativo che pare condurla verso un sempre più concreto riconoscimento fattuale, scientifico e istituzionale.
Non per niente i grafologi italiani appaiono oggi quanto mai sensibili alle critiche di discipline sentite consanguinee e insieme autorevoli (la “ferula” del padre-padrone da cui svincolarsi), alle intime tensioni dei suoi vissuti storico-biografici, agli atteggiamenti sociali, culturali e politico-istituzionali in atto che, con forza, la invitano a proiettarsi in una dimensione europeista a tutto tondo.
In questa rinnovata dimensione, la cosiddetta “liberalizzazione” (delle professioni) può apprezzarsi come sollecitazione a “liberarsi” dei vecchi stereotipi antiscientifici e antiprofessionali, invogliando la grafologia a regolamentarsi al suo interno quale “disciplina scientifica” in sé autorevole e autonoma – nella direzione più ampia dell’accezione “scientifica”.
I sintomi appaiono quelli di chi è alla ricerca di una propria identità: al contempo scientifica, istituzionale, territoriale, professionale etc.; sono i sintomi di chi cerca un proprio recinto regolativo, nel quale e dal quale trovare complessi spunti dialogici al proprio interno e al proprio esterno.
Un simile punto critico di non-ritorno, in parte anche intriso di elementi conflittuali, porta la grafologia italiana (e forse non solo) a riflettere su se stessa, sulle sue difficoltà dialogiche ed emancipative, sul suo (ancora ipotetico) statuto epistemologico e professionale.
I cambiamenti attuali, già in sé un positivo segno di crescita, non sono pochi né sembrano mitigarsi. I dibattiti in corso, tra i grafologi e sempre più con i non-grafologi, come pure fatti concreti e propositi politici e istituzionali sembrano le attuali e bene auguranti stigmate di un segno o, meglio, di un segnale ben preciso: che qualcosa, rispetto anche a non molto tempo addietro, sta succedendo.
L’importante, per rifarsi a una metafora spesso disattesa, è: “non remare contro”, nell’intenzione – si auspica generalizzata – di concertare gli impegni di tutti verso orizzonti di legittimità e professionalità sempre più concreti, condivisi e condivisibili.
Roberto Travaglini
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