Informativa sul nuovo assetto dei settori di indirizzo
Il consiglio direttivo desidera informare con puntualità i soci e le scuole/associazioni A.G.P. sui motivi della decisione di modifica, all’apparenza formale (ma, come vedremo, con importanti ricadute sostanziali), del “settore” relativo alla consulenza di personalità. La necessità del presente chiarimento è sorta e si è fatta doverosa soprattutto in seguito ad alcune perplessità pervenute da parte di certuni (giustamente) allarmati per il timore di vedere “vanificato” un esame sostenuto con tanto impegno e serietà (esame relativo, appunto, al “settore personalità”); l’allarme è certamente aumentato al sapere, poi, che molti colleghi sarebbero rientrati in detto “settore”... senza nulla patire. Va subito rimarcata la natura problematica di questo tema (apparentemente innocuo e secondario), in realtà un annoso e pesante fardello per l’A.G.P. (un vero scoglio), più volte discusso da questo e dai precedenti consigli direttivi, ma ogni volta lasciato in sospeso, perché, come apparirà più chiaro in seguito, il problema va a toccare rilevanti temi non solo di natura organizzativa (questo è l’aspetto più evidente, ma meno rilevante), ma anche temi (più sommersi, ma primari) di natura storico-grafologica, epistemologica e, ovviamente, professionale; non meno il problema finisce per toccare un tema di natura etico-professionale, nel momento in cui si voglia mantenere e solidificare un confine rispettoso degli spazi di altre discipline scientifico-umanistiche. Possiamo dire che un’accurata trattazione del problema e la conseguente decisione presa (con difficoltà, com’è evidente) dovrebbe considerarsi un punto di non ritorno che, per motivi evolutivo-professionali, non era lecito trascurare, non affrontare e, in un modo o nell’altro, non superare: sono mature, in effetti, le condizioni storiche per fare questo passo, un passo del tutto necessario in vista del chiaro ideale che la grafologia possa fare un salto (qualitativo e culturale) degno di sé. La prima considerazione da affrontare riguarda l’immagine culturale e scientifica della grafologia. La ricerca di un fondamento epistemologico non può che indurre a rispondere a una domanda nodale: possono esistere grafologi (si badi: “grafologi”, e non altre figure diversamente definite) che, operando in un qualche settore specialistico di sua naturale estrinsecazione, non sia stato formato per decodificare il linguaggio simbolico-ermeneutico di una scrittura? Detto altrimenti: è concepibile che un grafologo, divenuto un professionista, non sia stato posto nelle condizioni, grazie a un preciso percorso formativo, di trasformare il segno grafico e le sue complesse combinazioni con gli altri segni grafico-contestuali della scrittura analizzata in un linguaggio in grado di definire le specifiche connotazioni di personalità insite in quella specifica natura scrittoria? Detto ancora altrimenti (e, se vogliamo, più banalmente): come si può immaginare un grafologo che non sappia interpretare una scrittura? Pensiamo che su questo punto nessuna grafologia possa contestare un simile assunto: il grafologo, prima che consulente dell’età evolutiva, consulente aziendale, consulente giudiziario etc., deve dimostrare di sapere utilizzare, con la dovuta padronanza cognitiva e applicativa, un qualsiasi metodo grafologico. Altrimenti non potrà mai (!) diventare consulente in qualcosa d’altro rispetto all’oggetto primario di un qualsivoglia metodo grafologico, oggetto che consiste – per ribadirlo (e non avere più dubbi in merito) – nel cogliere le dinamiche di personalità del soggetto scrivente. Se così non fosse, diremmo allora che i tempi storico-epistemologici non sarebbero affatto maturi per considerare scientifica, almeno potenzialmente, la tecnica grafologica. E questo non si pensi sia meno vero in campo peritale-giudiziario (forse il più importante e delicato in ambito lavorativo e deontologico): i consulenti grafologi dei tribunali sarebbero altro, se non fossero prima di tutto dei grafologi; e, in ogni caso, poco avrebbero a che fare con le finalità dell’A.G.P., volta a tutelare unicamente la figura del grafologo (!) professionista. La sua solida formazione di base deve considerarsi scontata in qualsiasi ambito degnamente formativo, intento a preparare, prima di tutto, un valido professionista (prima: un bravo grafologo; poi eventualmente, in aggiunta: un consulente delle relazioni familiari, un consulente professionale etc.): non per niente le scuole afferenti all’A.G.P. prevedono sempre un percorso formativo di base, cui seguono uno o più percorsi di approfondimento settorializzante. Tanto per fare un paragone e volgere rapidamente l’attenzione verso altre scienze umane già ampiamente riconosciute in ambito accademico (e passare così a una seconda fondamentale considerazione), sappiamo bene che non esiste un accreditato sapere disciplinare che non proponga delle proprie specifiche diramazioni a partire da un contenitore generale della disciplina stessa (per esempio, dalla pedagogia generale discendono la pedagogia speciale, la storia della pedagogia, la pedagogia sperimentale etc., dalle quali poi discendono ulteriori e più fitte diramazioni disciplinari; oppure dalla psicologia generale discendono la psicologia dinamica, la psicometria, la psicologia dell’età evolutiva etc.). Queste scienze-madri sono autonome, con un solido recinto epistemologico che le definisce in modo chiaro ed esaustivo, all’interno del quale s’innalza un albero dalle molteplici diramazioni, il cui tronco rappresenta la disciplina di base, la conditio sine qua non dell’albero stesso. Non è immaginabile né tanto meno ammissibile, ad esempio, che uno psicologo attento alla dimensione infantile, che operi come consulente in questo specifico settore (magari pure nei tribunali), non padroneggi le conoscenze di base (teoriche e pratiche) della psicologia. Come potrebbe mai un organo garante di una certa professione riconoscere e ufficializzare la credibilità di un consulente tecnico in uno specifico settore, se non sa, per certo, che quel professionista padroneggia correttamente le componenti di base del sapere di cui è considerato un esperto e per il quale è chiamato come consulente – e di cui l’organo stesso si fa formalmente garante? Non bisogna poi tralasciare due sostanziali aspetti (passando così a ulteriori considerazioni, non meno marginali): innanzi tutto, il termine “settore” viene virgolettato non a caso; da quanto finora sostenuto discende in modo naturale che la conoscenza delle basi grafologiche non può incasellarsi in un settore, divenendo anzi la logica portante dell’idea stessa di settore (il quale implica una specializzazione specifica delle conoscenze di base). In secondo luogo va affermato con forza che la definizione “settore di personalità” o una qualsiasi altra espressione comprendente il termine “personalità” rischiano di dare l’impressione che il grafologo possa (o voglia) sconfinare in ambiti disciplinari (e quindi in conoscenze) che non gli appartengono (almeno non nei termini in cui formalmente sono posti e determinati in campo scientifico): il termine “personalità” può richiamare una specifica diramazione della psicologia generale, che è la psicologia della personalità (di fatto variamente definita nel corso della storia, più che altro attuale, della psicologia). Ad ogni modo questa espressione non rende appieno il senso voluto dalla grafologia, lasciando più che altro ombre e ambiguità che potrebbero divenire poco produttive per un futuro dialogo fecondo (e quanto mai auspicabile) con un’importante scienza umana come la psicologia, con cui la grafologia non può non avere un legame interdisciplinare, se vuole davvero emanciparsi dalle vecchie e stantie demarcazioni esoteriche e pseudoscientifiche, da cui effettivamente fatica a distaccarsi in modo convinto e radicale. Date queste considerazioni, ci è sembrato pertanto doveroso tentare, per quanto possibile, la messa a punto di un nuovo e più sensato ordine relativamente ai settori grafologici, anche se questo può considerarsi solo un primo passo per una riorganizzazione ancora più funzionale delle prassi di valutazione e ordinamento della professione grafologica: è un primo passo che vuole distinguere in modo netto il livello grafologico di base, separandolo dai diversi possibili settori di specializzazione. Va detto pure che chi non fosse sufficientemente preparato per un esame di settore, può comunque sostenere un generico esame grafologico per entrare, almeno all’inizio, in A.G.P. Comprendiamo, in ogni caso, che l’aggettivo “generico” potrebbe non piacere: si potrebbero senz’altro usare ulteriori espressioni probabilmente più consone, come “di base” o “generale” o altre ancora; a questo proposito, saremmo ben lieti di ricevere da parte dei soci alcune proposte terminologiche, affinché si possa, una vola per tutte, uscire (insieme e tutti convinti) da questa sorta di impasse linguistica. Comprendiamo pure il ricordato disappunto di qualcuno, ma dobbiamo forse chiarire meglio che: 1) i settori di specializzazione possibili in un certo senso aumentano (diventano due, oltre al livello di base); 2) chi lo desidera, come già si accennava, può comunque sostenere una prova generale di grafologia per entrare in A.G.P. (in fondo, è il fine principale) quale grafologo di base, qualora non sia ancora riuscito ad approfondire adeguatamente il settore prescelto; 3) infine, privilegeremo senz’altro coloro che hanno sostenuto l’esame di “personalità” (all’epoca in cui era ancora considerato un settore), permettendo loro di sostenere due prove di settore nella stessa sessione d’esame, quando la regola vuole che non sia possibile più di una prova a sessione. Ci domandiamo, piuttosto, se non sia il caso che l’A.G.P. comunque verifichi il livello di base di chi fa richiesta di associarsi o (come è stato deciso per ora) darlo per scontato, in quanto (questa è stata la ratio della decisione) chi esce da scuole afferenti all’A.G.P. (che seguono criteri formativi minimi garantiti e controllati) non può non possedere il richiesto “livello di base”. Un’ultima nota: è cosa risaputa che per raggiungere un più elevato bene comune, prendendo importanti decisioni come questa (e quindi portandosi dal piano delle idee a quello, non sempre così semplice, della realtà), necessariamente si intraprende una strada, finendo – come sempre capita – per doverne lasciare alle spalle altre possibili.
Il Consiglio Direttivo A.G.P.
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